Mezzo
secolo di smog
Lo smog
ha compiuto cinquant'anni. Era il dicembre 1952 quando Londra si trovò d’improvviso
ricoperta da una nube fitta. Centinaia di persone morirono e il mondo intero
scoprì, con lo smog, il prezzo pagato al boom della motorizzazione. Quel debito
non è stato mai saldato, anzi negli ultimi anni si è fatto sempre più
esplosivo.
Il
termine smog, coniato proprio in Gran Bretagna all'inizio del secolo, nacque per
descrivere quel miscuglio di fumo (smoke), prodotto dalle ciminiere industriali
e dai camini degli impianti di riscaldamento a carbone, e nebbia (fog) che
rendeva costantemente cupi i cieli dei grandi agglomerati industriali. "The
great smog of London" del 1952 fu causato da un'inversione termica nella
valle del Tamigi che fece salire la concentrazione delle sostanze nocive
presenti nell’aria oltre la soglia di allarme: in sei giorni morirono circa
4000 persone per malattie respiratorie. La strage obbligò le autorità
britanniche a correre ai ripari attraverso il varo di una serie di normative che
culminarono nel 1956 con il "Clean Air Act".
Mezzo
secolo dopo, lo smog è un fenomeno conosciuto in ogni angolo del pianeta, che
colpisce tante le città ricche del Nord del mondo quanto le metropoli dei Paesi
poveri. Secondo l'International Environment Reporter, nella sola Cina lo smog ha
provocato in due anni 3 milioni di morti.
Oggi in
Europa l'inquinamento atmosferico è all'origine del 6% delle morti, e si
prevede che nel 2020, se permarranno le condizioni attuali, il numero delle
vittime sarà cresciuto di 8 milioni all’anno.
In
particolare in Italia, dove gli amministratori non hanno mai puntato davvero su
un forte ed efficiente trasporto pubblico urbano, quasi tutti i centri urbani
— dalle grandi città d’arte fino ai comuni medi e piccoli — presentano
livelli d’inquinamento assai pericolosi per la salute dei cittadini. E' storia
di tutti i giorni ed è esperienza di ciascuno di noi. Una storia da spezzare,
per consentire finalmente agli italiani di camminare tranquilli per le strade e
per le piazze e di respirare a pieni polmoni.
Mal d'auto
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Tutti
in auto In base ai dati dell’Istat, in Italia c’è un’automobile ogni
1,77 abitanti (record europeo). Il 50,9% degli italiani dai 18 anni in su
utilizza frequentemente (tutti i giorni o qualche volta alla settimana)
solo l’automobile. Il 78,7% delle famiglie italiane possiede almeno un’automobile,
la spesa per l’auto (acquisto, benzina, pedaggi, assicurazione,
manutenzione, ecc.) varia dai 507 euro annui per una famiglia residente
nelle isole ai circa 800 euro per una famiglia del Nord-Ovest.
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Oltre il
40% degli italiani dichiara che lo smog costituisce un grave problema, e però
l'82% dei passeggeri in Italia viaggia "su strada". Come dire che
soffriamo il traffico, ma ci spostiamo tutti in automobile. Agli altri mezzi di
trasporto rimangono le briciole: 6% per il treno, 4% per aereo e nave, 1% per la
bicicletta e — nelle aree urbane — 11% per bus, tram e metro.
Così le
nostre città assomigliano sempre di più a un’unica, immensa strada
asfaltata. Ad ogni bambino italiano sono concesse poco più di tre mattonelle di
spazio per giocare senza correre il rischio di finire sotto un'automobile.
Restano invece meno di tre centimetri di pista ciclabile a testa per chi sceglie
la bicicletta, e gli autobus nei grandi centri urbani raggiungono la
"vertiginosa" velocità media di 14 km orari.
Del resto
non va molto meglio per le auto paralizzate nel traffico cittadino. Velocità
media di una automobile a Milano: 9,1 chilometri l'ora. A Roma si scende a 8,5
km/h. A Napoli si va a 7,3 km/h. E’ stato calcolato che in una città con
oltre 500 mila abitanti si perdono nel traffico congestionato circa 177 ore ogni
anno. Uno spreco di tempo che equivale ad un danno economico di 25mila miliardi
di vecchie lire (dati tratti dal Conto nazionale dei trasporti del 2000).
Oltretutto
il traffico stradale e autostradale è anche tra i maggiori
"colpevoli" delle emissioni che alimentano i mutamenti climatici,
quelle dei cosiddetti "gas serra", e se non si ridurrà il trasporto
su strada sarà impossibile per i Paesi industrializzati rispettare gli impegni
contenuti nel Protocollo di Kyoto (attualmente quasi un terzo di tutti i gas
serra vengono dai trasporti).
Insomma,
la scelta di puntare tutto sul trasporto su strada si rivela perdente anche sul
piano economico: spostarsi in automobile, trasportare le merci su strada costa
molto di più in termini energetici e di spesa sanitaria, e comporta prezzi
altissimi per l’ambiente urbano e globale.
Via libera
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Che
fine ha fatto l'autobus? Gli italiani sono insoddisfatti dei servizi di
trasporto pubblico: più del 32% delle famiglie, infatti, lamenta
difficoltà di collegamento; chi soffre di più per la scarsità di bus
vive in Campania (44%). Questo dato si riflette nel basso utilizzo dei
trasporti pubblici urbani: in Italia sale su tram, bus, treni solo il 7,7%
della popolazione, e consola poco sapere che nelle città con più di
50mila abitanti la percentuale sale al 10,2% e nelle aree metropolitane
raggiunge il 19,3%. Le ultime stime evidenziano che l'età media del parco
autobus in Italia ha raggiunto un picco di 12,1 anni a fine 1998, con la
presenza di oltre 17mila veicoli in esercizio con età superiore ai 15
anni. Hanno 18 anni gli autobus di Matera; quasi 16 quelli che percorrono
il territorio di Venezia; solo un anno in meno quelli di Catania. La
vetustà dei mezzi ha ovvie ripercussioni sia sull'efficienza
(indisponibilità di vetture per guasti), sia sulla comodità per gli
utenti, sia sulle emissioni. Anche per numero di autobus in circolazione l’Italia
è agli ultimi posti in Europa: la somma complessiva dei veicoli è ancora
inferiore del 14% rispetto alla media Ue, e dunque lontana dall'obiettivo
di 50mila bus che ci allineerebbe ai Paesi europei in termini di rapporto
tra vetture in servizio e abitanti.
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Il cammino verso una mobilità sostenibile passa per tre nodi fondamentali: il
trasporto dei passeggeri sulle medie e lunghe distanze, il traffico delle merci,
la mobilità urbana:
Città sulla strada giusta
A dare speranza nonostante i numeri nefasti del traffico e dello smog, cresce
il numero delle città che sperimentano soluzioni verso una mobilità sostenibile.
-
A
Bologna, Tortona e Cossato l'introduzione delle "vie residenziali"
ha reso possibile la coesistenza di pedoni, ciclisti e veicoli. Il segreto?
Obbligare ad una moderazione della velocità attraverso una disposizione
intelligente dell'arredo urbano e del verde.
- A Verona sono state istituite le cosiddette "zone 30", interi
isolati o quartieri dove la conformazione stessa della strada rende
impossibile il superamento dei 30 chilometri orari.
- A Roma sono stati avviati progetti di riconversione di tratti di
strada fortemente congestionati e inquinati a "strade verdi", cioè ad assi di
scorrimento riservati ai mezzi pubblici in cui la circolazione delle auto
private è consentito solo per il traffico locale.
- Sempre
Roma insieme a Napoli si è dotata di numerosi mezzi
pubblici a trazione elettrica, mentre in numerose città si assiste ad un vero
"revival" di tram e filobus elettrici.
- Città
medio-piccole come Salerno e Pavia hanno introdotto sui mezzi pubblici l’uso
di carburanti a bassa emisione.
- A
Massa sono stati realizzati 27 km di nuovi tratti di piste ciclabili, in
diversi centri grandi e piccoli (Firenze, Verona, Modena, Terni, Nichelino,
Casalecchio di Reno, Scandicci) si è deciso di sanzionare la sosta breve a
motore acceso come un illecito amministrativo.
Lotta alla Mal'Aria
Mamme con
neonati e passeggini costrette a veri e propri slalom tra tubi di scappamento e
soste selvagge sui marciapiedi. Bambini ai quali è proibito giocare per la
strada, appena fuori dalle recinzioni delle scuole e dei pochi fazzoletti di
verde non sempre a portata di mano. Anziani che preferiscono rimanere a casa
piuttosto che rischiare l’incolumità con semafori mai rispettati e strisce
pedonali ignorate dai motorini.
Scene di
ordinaria invivibilità che coinvolgono tutte le età, tutte le condizioni
socio-economiche, dividendo l’umanità urbana tra pedoni indifesi e
automobilisti nevrotizzati.
Per
capire quanto il traffico e l’inquinamento pesino sulla nostra vita, basta
pensare a semplici azioni quotidiane: come fare la spesa in un mercato rionale a
ridosso di strade ad alto scorrimento, dove le voci sono sommerse dai clacson e
dove i prodotti sui banchi sono esposti ai veleni vomitati dai tubi di
scappamento; o concedersi una passeggiata tra i monumenti del proprio centro
storico che si riduce ad una gimcana nel regno delle automobili; o ancora
ritirare i panni stesi e accorgersi che le candeggine sempre più sbiancanti
sono state ancora una volta sconfitte dal nero dello smog.
La
protesta può cominciare anche da queste piccole esperienze domestiche, dalle
lenzuola antismog di Mal'Aria che sventolando a finestre e balconi diventano un
segno visibile di rifiuto dell’inquinamento. I cittadini organizzandosi e
unendo le proprie forze possono fare molto per risanare il corpo ed abbellire il
volto delle città: organizzarsi e mobilitarsi è lo strumento per sollecitare
gli amministratori pubblici a pedonalizzare aree, a migliorare l'arredo urbano,
ad attivare nuovi servizi.
E intanto che ci battiamo per ottenere dai sindaci, dalle regioni, dal
governo interventi efficaci per una mobilità più sana, più spedita, più
sostenibile, possiamo anche sforzarci di rivedere alcune scelte private: curare
di più la manutenzione dei nostri mezzi di trasporto (un motore bene a punto
inquina e consuma di meno), evitare di esporre i bambini allo smog nelle ore di
punta o nelle aree più congestionate.
Tra le
forme più utili d’impegno c’è anche il volontariato al servizio della
collettività, per esempio come guardia ecologica. I volontari delle guardie
ecologiche possono infatti sancire una serie di infrazioni in quanto agenti di
polizia giudiziaria, e già in diversi casi sono impiegati per controllare la
mobilità selvaggia nelle città. Su questa stessa scia, i servizi sociali di
alcune amministrazioni hanno collocato all'uscita delle scuole una figura,
spesso reclutata tra i pensionati, che aiuta i bambini negli attraversamenti
stradali e controlla il traffico nelle aree intorno agli edifici scolastici.
A volte per migliorare la vivibilità di interi quartieri bastano poi piccoli
interventi di razionalizzazione e riordino della segnaletica che possono essere
richiesti dai cittadini: anche questo è un modello di cittadinanza attiva.
Peraltro, le normative attuali prevedono il diritto dei cittadini ad intervenire
direttamente, con consigli ed osservazioni, nelle fasi di elaborazione dei Piani
del traffico.
Idee in
circolazione…
In attesa
dell’automobile a emissioni zero — che in ogni caso non risolverebbe i
problemi del traffico, dell’incidentalità, dello sfruttamento del territorio
-, molte amministrazioni stanno realizzando interventi interventi aggiuntivi
(dal car-sharing, al car-pooling, al mobility manager) che possono contribuire a
decongestionare le città.
Si chiama
car-sharing il servizio di auto in multiuso che riduce i problemi di parcheggio
e abbatte i costi di utilizzo dell’automobile. Ogni auto in car sharing
sostituisce mediamente cinque auto private con evidenti vantaggi: meno uso
dell'auto, meno occupazione di suolo pubblico, meno inquinamento, meno costi
sociali e individuali. Il car-pooling è invece una forma di condivisone dei
costi e dei consumi dell’auto su tragitti, tipo casa-lavoro, ripetuti
quotidianamente.
Ma la
mobilità intelligente passa anche da una pianificazione degli orari d'ufficio,
dallo scaglionamento degli orari d’ingresso nei luoghi di lavoro,
dall'utilizzo collettivo di mezzi privati. Per questo il decreto Ronchi del 1998
sulla mobilità sostenibile ha istituito la figura del mobility manager,
presente in ogni azienda con oltre trecento dipendenti situata in zone a rischio
inquinamento. Il mobility manager del Policlinico di Roma, ad esempio, ha
organizzato duecento "equipaggi", vetture che si muovono con almeno
tre persone a bordo (car-pooling). In altre città viene concesso l'utilizzo di
veicoli in car-sharing anche a trazione elettrica a chi ha necessità di
spostarsi solo in determinate fasce orarie.
Cara
automobile…
Quanto
costa mantenere in funzione l’affollatissimo parco auto italiano? Nel 2001 gli
automobilisti italiani hanno speso più di 22,8 milioni di euro solo per la
manutenzione. In media ogni auto arriva in officina per riparazioni e
manutenzioni quasi tre volte all’anno, per un costo di 253 euro. A questi si
aggiungono i 30,3 milioni di euro spesi per acquistare 2,4 milioni di auto nuove
e 16,5 milioni di euro per 2,7 milioni di auto usate. Più tasse e imposte
varie, che solo l’anno scorso hanno fatto sborsare agli automobilisti italiani
59 milioni di euro, circa il 18,6 % dell’intero gettito tributario. Infine un’altra
spesa esorbitante è quella per carburanti e assicurazioni.
Il popolo inquinato si ribella
Contro lo smog
A Castellana in Puglia nel 2000 un gruppo di cittadini ha dato vita al
Comitato per il miglioramento della viabilità, che ha ottenuto la modificazione
della segnaletica stradale e il dirottamento del traffico pesante su percorsi
extra-urbani.
Lo sciopero delle mamme antismog
Un caso
esemplare delle azioni condotte in varie città italiane contro traffico e
inquinamento è quello delle mamme antismog di Napoli. La loro mobilitazione
cominciò a metà degli anni Novanta, per protestare contro il Comune che ancora
non effettuava i rilevamenti delle concentrazioni di benzene nell’aria. Una
quarantina di mamme decise di non mandare i figli a scuola comunicando a stampa
e amministrazioni le ragioni del loro gesto: "A Napoli i bambini non
possono andare a scuola perché l'aria è irrespirabile". In poche
settimane molte madri e cittadini napoletani si unirono al movimento,
partecipando a volantinaggi e a manifestazioni in piazza.
Massa critica
L’idea
di riappropriarsi della strada letteralmente invadendola è nata più di vent’anni
fa a San Francisco, quando alcuni ciclisti decisero di pedalare uniti al centro
della carreggiata per costringere le auto a rallentare e a rispettare chi
automobilista non è. Questo movimento, noto come "critical mass",
negli ultimi mesi si è esteso anche a molte città italiane. Il prossimo passo
potrebbe essere promuovere una "critical mass" fatta di pedoni,
centinaia di cittadini che camminano chiedendo meno auto e una mobilità più
sana e più sicura.
Italiani da ingorgo
C'è un
prezzo da pagare al traffico anche sul piano psico-sociale, un prezzo che sale
durante le lunghe soste obbligate in auto che condizionano ritmi e abitudini e
mettono a rischio salute e qualità della vita.
- Obesi
- 4
milioni di italiani pesano più di 130 kg di peso. La sedentarietà è una
delle cause principali di questo boom di obesi, legata fortemente
soprattutto nei soggetti adulti all'uso esclusivo dell'automobile anche per
piccoli spostamenti. Basterebbe camminare o andare in bicicletta per circa
mezz'ora al giorno per ridurre del 50% il rischio di obesità, difendendosi
così anche dal pericolo di contrarre malattie coronariche, diabete,
ipertensione.
- Aggressivi
- A
causa dello stress da traffico, 6 italiani su 10 si rendono protagonisti di
episodi litigiosità e di scontri verbali in strada. 3,7 italiani su 10
ammettono di suonare nervosamente il clacson come reazione a supposte
scorrettezze di altri automobilisti, 2,4 sono pronti a scendere dall’auto
per lamentarsi.
- Insonni
- 22
notti in bianco a testa ogni anno, trenta minuti in meno ogni notte, e i
alcuni casi addio anche ai sogni. Questi i disturbi del sonno che colpiscono
i 18 milioni di abitanti delle aree urbane, causati dal rumore da traffico
che oltre i 70 decibel incide anche sulla fase Rem del sonno.
-
-
Smog fuorilegge: la legislazione italiana
Dalla
prima legge antismog, la 615 del 1966, la normativa italiana si è
progressivamente arricchita di nuove normative, frutto spesso della pressione
delle associazioni ambientaliste. Con il Dpcm del marzo 1983 sono stati fissati
per la prima volta standard di qualità per l’aria, e negli anni più recenti
il monitoraggio è stato esteso a nuovi inquinanti. Molte leggi sono nate per l’esigenza
di recepire direttive europee: è il caso dell’eliminazione delle benzine con
piombo e della riduzione del tenore di benzene e di aromatici nei carburanti.
Il
Decreto del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio n. 60 del 2
aprile 2002, recepimento delle Direttive 99/30/Ce e 00/69/Ce, hanno fissato
limiti più severi per sei inquinanti: anidride solforosa, biossido di azoto e
ossidi di azoto, polveri sottili (Pm10), piombo, benzene, monossido di carbonio.
Oltre i valori limite, il decreto stabilisce anche i criteri e le metodologie
per la misura e la raccolta dei dati, nonché le modalità da osservare per
l'informazione del pubblico in merito alla qualità dell'aria.
Purtroppo
l’adozione di limiti vincolanti non basta a produrre interventi efficaci. Il
caso del Pm10 è emblematico: la normativa spesso non viene rispettata (39
comuni capoluogo su 103 non sono nemmeno in grado di fornire i dati) e inoltre i
margini di discrezionalità per gli amministratori restano troppo alti. Così,
nei primi anni di applicazione della nuova legge i sindaci possono contare su un
"bonus" di 35 giorni di superamento del limite di 50 microg/mc fino a
65 microg/mc (ciò significa che se in un massimo di 35 giorni la concentrazione
di Pm10 è superiore alla soglia di rischio, è comunque possibile non
intervenire). In Italia solo la Regione Lombardia ha scelto di interpretare in
senso più restrittivo la direttiva europea, portando subito il limite a 50
microg/mc.
Sempre il
Decreto del Ministro dell’Ambiente prevede diversi livelli di intervento tra
comuni e regioni. Le regioni devono definire vere e proprie mappature del
territorio, individuando le zone in cui i valori limite sono superati o
rischiano di essere superati e predisponendo ed attuando piani di interventi che
consentano di ridurre i rischi di superamento nei tempi previsti dalla legge
(entro il 2005). Le regioni devono anche provvedere quotidianamente all’informazione
dei cittadini.
Per gli
enti locali l’articolo 39 del decreto 60 definisce le modalità di intervento
prevedendo una larga potestà decisionale per i sindaci. Al punto 1 Comma 2
stabilisce che "i Sindaci dei comuni (…) in cui sussiste il superamento o
il rischio di superamento dei valori limite (…) adottano, sulla base di piani
e programmi (regionali) le misure di limitazione della circolazione (previste
dalle leggi precedenti)". Al punto 3 specifica che in caso non siano ancora
pronti i piani regionali sono i sindaci a dover limitare la circolazione:
"Fino all’attuazione degli adempimenti regionali (…) continuano ad
applicarsi le misure precedentemente adottate dai sindaci. Tali misure possono
essere rimodulate ai fini del rispetto dei valori limite".
A tutela della salute dei cittadini, l'articolo 11 della direttiva europea
chiarisce che spetta ai governi determinare le sanzioni da erogare in caso di
violazione delle disposizioni nazionali adottate in base alla normativa. Le
sanzioni devono essere effettive, proporzionate e dissuasive. E il rubinetto dei
finanziamenti a regioni e comuni, che si apre e si chiude sulla base della
qualità degli interventi di sindaci e governatori, potrebbe essere un ottimo
strumento.
La rete di monitoraggio in Italia
Sebbene l’attuale
normativa obblighi alla realizzazione di una rete di monitoraggio dell’inquinamento
atmosferico solo i comuni con più di 150mila abitanti, anche molti piccoli
centri hanno scelto di dotarsi di centraline per il rilevamento degli
inquinanti. Nel Centro-Nord un sistema di monitoraggio, anche se affidato spesso
ad una sola centralina, è presente in larga parte dei comuni capoluogo, me |